Bir Tawil , un viaggio attraverso il mare, da una terra ad un altra

Chi è portatore di un retroterra culturale che non risulti facilmente assimilabile alla silenziosa e ordinata maggioranza deve essere bandito, strappato alle radici che critica, anche se le sente proprie. Non c’è spazio per il dubbio, perché rende deboli nella cieca contrapposizione armata. Così, sul bando viene scritto il nome di chi si intende espellere. Un nome letto a voce alta, preceduto dal rullo del tamburo del banditore. Allontanare, cacciare via, rimuovere dallo sguardo tutti coloro che non sono funzionali al discorso del Potere, che poi è quello dello Spettacolo.
Bir Tawil è musica per banditi, per «partiti da una tavola di fame» o per sognatori incalliti, quando il sogno si radica nella testa e fa i calli sulle mani come il bastone della zappa.

SWZ: Ciao ragazzi, qual’è la differenza tra Percussioni dell’Africa subsahariana e siciliana ?
Bir Tawil:
Ci sono molte differenze e al tempo stesso quasi nessuna, visto la vicinanza: le percussioni del sud italia in genere sono quasi esclusivamente tamburi a cornice, la tammorra, il tamburello etc, mentre le percussioni dell’Africa sub sahariana sono svariate per tipo, molti tamburi a cornice con e senza piatti, e percussioni a calice , come il djambé o la darbouka, che Sicilia non abbiamo sviluppato (a parte l’utilizzo di piccole giare che si chiamano bummule), ma come altri strumenti africani, molte sono basate sull’uso della zucca da vino secca come base, vedi la ‘Mbira o la kora. La quartara siciliana è alla base un recipiente di terra cotta di acqua, nel deserto invece utilizzano come recipiente per il cibo la zucca da vino secca che è anche la base per creare la percussione chiamata calabash. Nello specifico nel set di percussioni che senti nel disco c’è una compresenza della calabash, la tammorra sorda e il tamburello. Ci servivano questi colori e li abbiamo usati in maniera non ortodossa, come molte altre cose nel disco. Oltre al fatto di usarli, tocca badarci, doverli riparare, anche li in maniera non troppo ortodossa con grandi quantità’ di gaffa tape.

SWZ: Quali sono le vostri fonti di ispirazione?
Bir Tawil:
Molte e nessuna allo stesso tempo. La musica di questo disco nasce da una riflessione sul presente, inteso come mondo ristretto da confini e regole, e la nostra naturale propensione di immigrati di scavalcarli; le cose che ci appassionano al momento sono principalmente la new wave di artisti e musicisti africani a confronto con l’elettronica (Afrorack e KMRU), il blues desertico di Wovenhand e Malouma, la scrittura per archi ed elettronica di Max Richter

SWZ: Hanno un filo conduttore i brani che avete pubblicato ?
Bir Tawil:
Raccontano una storia precisa, ma anche sfumata: quella di un viaggio attraverso il mare, da una terra ad un altra. Con il dolore, la gioia e gli incidenti del caso che capitano, sempre.

SWZ: Come nasce un vostro brano di solito?
Bir Tawil:
Adesso, ogni volta che siamo insieme (Dario vive in Francia mentre Carlo in Inghilterra) partiamo da jam per costruire materiale che sia fluido, possibilmente ballabile (a modo nostro ovviamente). Il disco è stato registrato a distanza, con scambi di registrazioni e idee avvenuti online (causa covid), ma partendo sempre dalla base di una conoscenza reciproca umana e musicale di vent’anni.

SWZ: Quali sono i vostri piani più immediati?
Bir Tawil:
Suonare dal vivo (saremo in Inghilterra al “Migration Matters” festival il 17 giugno e poi in giro per una settimana, e a fine luglio saremo al sud partendo dalla Sicilia per un’altra settimana), incontrare musicisti di ogni provenienza e background, lavorare a materiale nuovo. E poi dovrebbero esserci, nel futuro più lontano, uno spettacolo teatrale in collaborazione con Hangar Teatri (Trieste) e un video documentario sulle migrazioni e la Sicilia, a cura di Giuseppe Firrincieli e Alessandro De Filippo.

SWZ: Concludete lʼintervista con un messaggio!
Bir Tawil:
Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini. (Yuri Gagarin)

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