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Niccolò Battisti – “Frutti del sistema”

Candidato a promettente scenografo (con tanto di laurea con lode) ma senza dimenticare l’amore e gli studi per la chitarra classica, conseguiti in tenera età, il capitolino Niccolò Battisti è un artista che, negli anni, ha sviluppato quel distinto gusto musicale che non alligna spesso prima di una certa età, a meno che non sei un predestinato ed allora per il soggetto chiamato in causa, sembra che i conti tornano tutti. Perchè? Intanto, perchè è già da un pò che orbita in area Sanremo Giovani sfiorando più volte la vittoria e lì non ci son giudici pilotati ma selezionatori esigenti di qualità. In secondo luogo, dopo due album all’attivo, il nuovo e.p. “Frutti del sistema” effigia l’evidente maturità raggiunta dal ventisettenne romano, con una sestina che non s’inceppa mai in meccanismi facili e melensi
ma bracca, sovente, il guizzo ispirativo per formulare una proposta scevra dal conformismo pop.
L’inizio quatto-quatto di “Frutti del sistema”non deve trarre in inganno: da lì a poco la struttura si espande in una sorta di ge-ghe-gè incline al pop e molto catchy, per irridere usi e convenzioni imposte dalla società a noi popolo ubbidiente e mansueto, sul quale incombe fisso un …”Sole nero”e qui Niccolò non ci sta e si fà sentire, eccome! Rilancia lo scossone nel tappeto testuale invitandoci a non meravigliarsi solo alla visione delle stelle e poco
altro e a non dannarsi per il Dio quattrino e per vacue ostentazioni, ma provare ad andare “oltre”, legando tutta la concettualità ispirandosi alle vicende du roi Luigi XVI°. Gli echi spagnoleggianti in apertura di “La stanchezza dell’eroe” ci conducono in un gustoso pop filo-ska, che non è poi materia trattata cosi di frequente nello Stivale pentagrammato: perciò, la spigliata narrativa di Battisti evidenzia un certo brio compositivo raramente statico.
Poi, come un giovane araldo frizzante e saltellante, in “Vaga-mente” si smarca e sguscia sulla fascia con assonanze e rimario fluente, in assetto sonoro dall’impatto adesivo e ludico: concetti che a lui stanno molto a cuore per puntare il dito su aspetti scomodi senza scialare retorica pedante. Invece, i 180 secondi del singolo “Bacco, perbacco e Venere” sembrano come equamente divisi (un minuto a testa) per le tre tematiche , ma qui l’invettiva sarcastica gioca tutto sul tamburellante concetto di “scossa”: ossia, quella che ognuno dovrebbe imporsi per evadere dalle gabbie della perdizione che, tradotte, simboleggiano l’eccesso di bere ,
fumo pesante e dipendenza copulativa. Mentre, il sottofondo di synth granulare di “Il bianco e il nero” certifica ancora l’intento del Nostro di non adagiarsi su scelte di sound prevedibili e, per quest’ultimo atto, fà bene a far ricorso a spruzzate d’elettronica dotta , tanto cara a Battiato, per aggiungere un tocco di classe in più e congedarsi, cosi, con sorprendente capacità autoriale che (speriamo!) non venga disperasa nella distrazione d’inebrianti richiami delle tante sirene del consenso che verrà.

MAX CASALI

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